mercoledì 16 novembre 2011

Intervista al professor Veronesi



(Era tra i i nomi dei probabili ministri...ma così non è stato. Ripropongo allora lo stralcio di una mia intervista al professor Umberto Veronesi di qualche anno fa e pubblicata su Atenei, la rivista del Miur, di cui sono caporedattore)


Professore nel libro “ Da bambino avevo un sogno”, Lei ripercorre la sua avventura scientifica, umana e personale: dalla nascita del più importante centro italiano di ricerca nella lotta contro il cancro, all’esperienza politica. Ecco, facendo un bilancio della sua vita, ha qualche rammarico per qualcosa che non è riuscito a realizzare?

Certamente il più grande rammarico è non aver trovato la soluzione definitiva al problema cancro. Quando ho iniziato la mia carriera di oncologo 50 anni fa,  giurando a me stesso che avrei dedicato tutta la mia vita alla lotta al tumore, mi sono trovato alle prese con una malattia che sembrava  incurabile, ma  il mio orizzonte temporale era molto ampio ed ero fiducioso di poter invece assistere alla sua sconfitta. Oggi, se considero le grandi conquiste della ricerca e i trend attuali di sviluppo, posso dire che sulla sostanza avevo ragione – il cancro si può curare come tutte le grandi epidemie che nella storia hanno colpito l’umanità – ma sulla tempistica ero forse troppo entusiasta. Ancora non siamo arrivati al cuore del problema, anche se, grazie alla rivoluzione del DNA associata a quella tecnologica, ci siamo molto vicini. Voglio precisare che il mio rammarico non è come ricercatore, perché la scienza ha un cammino imprevedibile, caratterizzato da grandi balzi in avanti così come da battute d’arresto e la soluzione scientifica potrebbe arrivare domani così come fra cinque o dieci anni; ma piuttosto come medico, perché non posso non condividere con tutti i miei malati di oggi  lo sconforto di non avere la certezza  di guarire.


Negli ultimi anni il tumore al seno è diventato una malattia curabile e questo rappresenta una grande speranza per le donne. Addirittura si parla di farmaci che riescono a modificare le cellule non ancora tumorali ma che potrebbero diventarlo in futuro.  Questo vuol dire che il cancro non è più considerato un male oscuro? E quali sono oggi  le frontiere di questa malattia?

Insieme ad alcuni gruppi di scienziati americani, sono stato fra i primi, vent’anni fa, a credere nella  farmacoprevenzione, vale a dire lo sviluppo di farmaci che hanno la capacità di prevenire l’insorgenza di tumore in gruppi di persone a rischio per fattori genetici o ambientali/comportamentali.. I risultati che abbiamo ottenuto sono importanti : il Tamoxifen  riduce la formazione di un secondo tumore nella mammella sana del 50% e riduce l’insorgenza della malattia in soggetti sani a rischio del 40%. La Fenretinide, un derivato della Vitamina A, sembra essere in grado di ridurre l’incidenza del tumore del seno del 50% nelle donne più giovani, con meno di 40 anni, e del 40% in tutte quelle non ancora in menopausa. Nei prossimi mesi verrà avviato in Italia un grande studio clinico per dimostrare definitivamente questa opportunità di salute per le donne. Tuttavia va sottolineato che ciò che ha reso il tumore del seno una malattia  curabile e dunque “la grande speranze delle donne” è la diagnosi precoce : oggi quasi il 90% dei tumori mammari è curabile, perché il 75% si presenta a noi oncologi in fase iniziale, quando il nodulo ha un diametro inferiore a due centimetri. Solo il 50% guariva negli anni ’60 quando i tumori diagnosticati di piccole dimensioni superavano appena il 15%.
Proprio la  diffusione delle informazioni sulle possibilità di cura, di diagnosi precoce, e di prevenzione hanno contribuito al graduale abbandono, da parte della popolazione, dei modelli culturali del passato, fatti di rifiuto, negazione, rimozione, fuga e fatalismo.  Sicuramente c’è una nuova coscienza da parte della popolazione che ha in gran parte accettato il principio della prevenzione. Questa consapevolezza e senso di responsabilità  individuale va comunque ancora incoraggiato, anche a livello di sanità pubblica, perché molto resta ancora da fare sia a livello di promozione di stili di vita corretti che di adesione ai programmi di screening. Dal punto di vista della ricerca, come ho detto prima, sono ancora tanti i punti oscuri che devono essere chiariti, ma  il cammino della ricerca oncologica, sulla scia delle nuove possibilità aperte dalla post-genomica, sta procedendo con velocità, in particolare nel settore della medicina molecolare. Studiando i geni e i loro prodotti (le proteine), la medicina molecolare ha aperto la via all’ideazione dei cosiddetti farmaci intelligenti, in grado di interferire con gli oncogèni e le proteine alterate, inducendo la morte delle sole cellule tumorali e risparmiando quelle sane. Alcuni di questi nuovi farmaci sono già una realtà. Ve ne sono quattro o cinque in commercio, tra cui il Glivec, l’acido retinoico e alcuni anticorpi monoclonali.. Altro importantissimo obiettivo sono le cellule staminali del cancro. Si tratta di cellule tumorali più indifferenziate delle altre, che sono in grado di alimentare la proliferazione del tumore. La loro esistenza, indirettamente confermata da osservazioni cliniche che la ricerca non riusciva a spiegare - ad esempio, la ricomparsa del male dopo anni, anche quando la chemioterapia sembrava averlo sradicato; o, al contrario, le poche metastasi ossee che si verificano rispetto alla gran quantità di pazienti che hanno cellule cancerose nel midollo osseo - potrebbe svelare il meccanismo delle metastasi tumorali e quindi portare alla formulazione di farmaci in grado di prevenirle.


Qualcuno  definisce il suo pensiero una “rivoluzione etica”, in quanto affronta il rapporto tra scienza, politica e religione e altre questioni “calde”, con atti concreti, come per esempio la recente proposta di istituire il testamento biologico.  Di cosa si tratta professore? E perché tutto questo ostracismo verso disposizioni che in altri paesi sono considerati atti naturali e civili?

Non è mia intenzione fare una rivoluzione, ma sono convinto che non si può considerare la scienza come una specie di corpo estraneo alla società, privo di coscienza etica, privo di percezione del significato di una collettività. Lo scienziato non è un “outsider”, e la consapevolezza della ricaduta delle sue ricerche deve essere per lui non solo un obbligo etico, ma anche un obbligo intellettuale e scientifico, perché tutto è concesso all’uso della scienza per l’uomo, e tutto è negato all’uso dell’uomo per la scienza. La ragion d’essere della scienza dunque non è la ricerca fine a se stessa, ma sono l’utilità per l’uomo e il progresso. Su queste convinzioni si basano le iniziative civili e sociali della Fondazione che porta il mio nome.
Certo, la scienza non può per sua natura riferirsi a principi etici derivanti da un credo religioso, ma si affida invece a un’etica puramente laica. Noi uomini di scienza ci sentiamo “puramente” eredi della Rivoluzione francese, per cui ciò che davvero conta sono i rapporti all’interno di un corpo sociale in un mondo dove il valore principale è (o dovrebbe essere) quello dell’autodeterminazione: io sono davvero libero di scegliere la mia vita e di decidere la mia morte. Questo abito mentale è facilmente ostracizzato nei Paesi, come il nostro, dove la religione ha una fortissima ingerenza nella dimensione collettiva e dunque nelle scelte sociali.
La scienza  non considera il principio della sacralità della vita ( che lascia alla dimensione personale), ma si ispira al principio laico della “responsabilità della vita”, che è un principio di libertà e autonomia intellettuale. In questo senso va l’iniziativa del Testamento Biologico, che altro non è che l’estensione logica del consenso informato alle cure, che tra l’altro, in Italia è non solo accettato, ma obbligatorio. Il testamento Biologico è un semplice documento che esprime le volontà di una persona rispetto alle cure che vuole o non  vuole ricevere, da utilizzare nel caso in cui si trovasse nella condizione di non poterle esprimere per sopravvenuta incapacità. Un’applicazione dunque del principio di autodeterminazione della persona, che ribadisce le sua centralità di fronte ai progressi della tecnologie e della scienza biomedica. 


Ricercatore e studioso  e nello stesso tempo uomo pubblico che riesce a comunicare bene il suo lavoro.  Da più parti si dice che la scienza per essere accettata, anche nelle forme più delicate, deve essere comunicata meglio. Per anni il problema della comunicazione scientifica non è stata molto curata. I segnali però c’erano: la gente voleva e vuole sapere di più. Alla luce della Sua esperienza chi potrebbe soddisfare meglio questo bisogno? E come?

Ho sempre pensato che l’alleanza con la società è fondamentale per lo sviluppo della scienza e la condizione fondamentale perché questo avvenga è la trasparenza. Dunque credo che la comunicazione scientifica sia un bisogno che non dovrebbe sentire solo la gente, ma anche e soprattutto il mondo della ricerca scientifica. Per questo  credo che sia un dovere etico del ricercatore far conoscere i risultati, i principi e i metodi del suo lavoro, non soltanto nell’ambito dei circuiti scientifici che accreditano il suo lavoro, ma anche alla società che si trova a capirne ed affrontarne le ricadute pratiche. Nella mia breve parentesi di attività ministeriale avevo anche ipotizzato la creazione di un ente pubblico per la divulgazione scientifica, una sorta, diciamo, di Agenzia di Comunicazione della Scienza, che offrisse un servizio trasversale per i  Ministeri interessati ( ad esempio Ricerca e Università, Pubblica Istruzione, Salute, Welfare, Innovazione etc). Purtroppo non c’è stato il tempo neppure di mettere in piedi un progetto, ma rimango convinto che qualcuno nel nostro Paese dovrebbe seriamente pensare a realizzarlo.


Lei non ha lasciato l’Italia ed è riuscito a mandare avanti la sua ricerca con ottimi risultati. Molti scienziati e ricercatori sono costretti a fare questa scelta, sia perché non hanno spazio in Italia, sia  perché i finanziamenti scarseggiano. Ha dei suggerimenti da dare a chi dovrebbe decidere il futuro della ricerca italiana?

I miei suggerimenti sono promuovere la cultura della scienza, creare in Italia una comunità scientifica internazionale e concentrarsi sui giovani.
Penso  che le ragioni della povertà di risorse della ricerca italiana siano da ricercare prima di tutto nella nostra cultura. La questione è  molto semplice: non c’è fiducia nella scienza. Per varie ragioni si è diffuso in Italia un sottile scetticismo nelle capacità della scienza di migliorare la nostra vita sul pianeta. Una delle conseguenze è che gli investimenti in ricerca sono rimasti stagnanti mentre fiorivano nel resto del mondo industrializzato, gli sbocchi professionali per i neolaureati si sono conseguentemente ridotti e i ricercatori sono stati costretti alla migrazione all’estero o alla rinuncia. Ma senza la capacità creativa e innovativa non c’è nemmeno capacità di attrarre investimento. Per uscire da questo circolo vizioso, bisognerebbe quindi innanzitutto ricreare le condizioni perché i nostri giovani si riavvicinino alla scienza. Poi creare una rete di istituti scientifici di ricerca ( alcuni già esistono sparsi per il territorio senza un coordinamento ) dove i nostri migliori talenti possano dedicarsi al loro lavoro. Non si tratta solo di far rientrare i cervelli italiani in Italia, seguendo un sorta di neo-nazionalismo scientifico ormai obsoleto, ma di attirare qui studiosi di diversi paesi e diverse scuole di pensiero, per creare una comunità scientifica internazionale nel nostro Paese, che grazie allo scambio di cultura, la cross-fertilization, dia un nuovo respiro alla ricerca. Abbiamo la tradizione e le strutture per creare in Italia un “melting pot” della scienza.


 In che modo si può stimolare nei giovani la cultura della ricerca scientifica?

Bisogna sicuramente iniziare ad intervenire dalla scuola media inferiore e superiore. Siamo ormai bombardati da statistiche che ci dicono che i nostri ragazzi sono i meno preparati  nell’area, ad esempio, della matematica e che le nostre facoltà scientifiche sono deserte. Bisogna dunque innovare i programmi, coinvolgere gli insegnati e dare loro gli strumenti per rendere l’insegnamento scientifico più moderno, più attraente e più vicino al modo di pensare e di vivere dei nostri giovani. Non è un caso che la Fondazione che porta il mio nome abbia siglato con il Ministero della Università e Ricerca Scientifica un’intesa per la realizzazione di un programma sperimentale nelle scuole italiane che ha esattamente questo obiettivo. E’ una goccia nel mare ma la speranza è che l’intervento serva da modello e si diffonda capillarmente. Altro passo fondamentale, come accennavo prima,  è quello di creare maggiori sbocchi professionali per i nostri giovani ricercatori perché sarebbe inutile avvicinarli alla scienza per poi non dare loro la possibilità di costruirsi una percorso professionale

4 commenti:

  1. Mi sento particolarmente presa in causa per diversi motivi purtroppo.
    Mia mamma ha lavorato al fianco del Prof. veronesi per qualche anno, all'Ist. Tumori di Milano e lo ammira molto. Ha avuto poi un problema al seno e per fortuna a distanza di anni ora sta bene.
    La ricerca in Italia è in crisi. Io sono biologo, dottore di ricerca.. sono pochi gli istituti italiani dove si fa "vera ricerca".. e soprattutto, certe categorie professionali non sono minimamente considerate, come la mia. All'estero un biologo è uno scienziato. Qua in italia uno sfig***... senza soldi perchè non pagato.
    Come dice Veronesi, non abbiamo davanti un percorso professionale. Ed è così anche per altre categorie. Fare lo scienziato qui non conviene.. mi auguro che le persone a cui Veronesi ha insegnato portino avanti il suo pensiero quando lui non potrà più farlo.

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    1. lallabel ...è l'augurio che ci facciamo tutti! Ciao

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  2. Se posso essere onesta..guarderei a qualcuno più giovane...mi pare che l'ottimo Veronesi l'età della pensione l'abbia raggiunta appieno..e le sue parole rischiano di apparire ovvie...Aspettiamo di vedere cosa faranno questi "tecnici". Personalmente sono piuttosto pessimista..penso che s'impegneranno a riportare l'Italia in una condizione "appetibile" per la finanza... condizione che in questo momento non penso possa coincidere col miglioramento della qualità della vita delle persone...Per quello occorre un progetto "politico", che affianchi i tenici che dovrebbero "tradurlo"...ma la politica ha cessato di vivere da parecchio.....

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    1. Bè sì ha fatto un pò il suo tempo....ma non come scienziato!!!!

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